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Salario minimo: un’interpretazione sociologica del perché potrebbe non funzionare in Italia

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Tra le linee guida del Piano Nazionale di Riforma (Pnr), anticipate dall’Ansa, spunta l’ipotesi che il Governo italiano starebbe puntando all’introduzione di un salario minimo legale nel nostro Paese. Il Pnr è un documento che l’Italia metterà a punto a settembre e che elenca una serie di obiettivi facenti parte del Recovery Plan da presentare alla Commissione Europea, basato su tre pilastri: modernizzazione del Paese, transizione ecologica e inclusione sociale e parità di genere. “Per rendere più dignitosa la condizione dei lavoratori con salari sotto la soglia di povertà – si legge nella bozza – il Governo proporrà una graduale introduzione di un salario minimo orario collegato alla contrattazione collettiva nazionale”. Questa iniziativa, si spiega, “mira all’introduzione di un salario minimo orario – già vigente in ventuno Paesi dell’Unione Europea – che valorizzi la contrattazione collettiva nazionale fissando una soglia minima di retribuzione oraria inderogabile”.

Sì, perché la maggior parte degli stati europei adotta un salario minimo legale mentre solo Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria, Cipro e, ovviamente, l’Italia non ne hanno uno imposto per legge ma delegano alla contrattazione tra le parti sociali tale decisione.

Fonte: eticaPA.it (Il grafico fa riferimento ad un periodo precedente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea)

Salario minimo legale e Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro

Con il salario minimo vengono infatti fissati, con il contributo della contrattazione collettiva nazionale, dei livelli minimi salariali. Nel nostro Paese non è presente, ma esistono i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, i quali contengono diverse clausole tra cui, appunto, quella relativa al salario che costituisce un minimo per i lavoratori appartenenti a tale categoria. Il CCNL è stipulato a livello nazionale tra le varie organizzazioni rappresentanti dei lavoratori, i sindacati, i datori di lavoro e i rappresentanti delle relative associazioni datoriali. Disciplina i rapporti individuali di lavoro e alcuni aspetti dei rapporti reciproci tra lavoratore e azienda. La finalità del CCNL è determinare il contenuto essenziale dei contratti individuali di lavoro in un certo settore, sia sotto l’aspetto economico, ad esempio per quanto riguarda i trattamenti di anzianità, che sotto quello normativo, come orari di lavoro, mansioni e qualifiche. È possibile interpretare il CCNL come un contratto a livello aziendale: si può garantire un salario solamente al di sopra del livello minimo, non al di sotto, e un’eventuale contrattazione integrativa può essere solo migliorativa. Tale Contratto ha valenza sia per gli iscritti ai sindacati che per i non iscritti e vale, quindi, per tutte le imprese e i lavoratori: non è stabilito ex lege ma contrattato tra le parti. In Italia, la contrattazione collettiva si svolge a diversi livelli, da quello interconfederale in cui partecipa lo Stato in funzione di mediatore nelle varie trattative tra le confederazioni dei lavoratori e quelle dei datori, a quelli di categoria, locali e aziendali. I contratti che hanno maggiore rilevanza sono quelli conclusi a livello di categoria.

L’introduzione di un salario minimo potrebbe però non avere effetti solamente positivi nell’Economia di un Paese o di un determinato territorio. Vediamo perché…

Se il Governo decidesse di imporre un salario minimo inferiore a quello di equilibrio, cioè il salario tale da eguagliare domanda e offerta di lavoro, non si produrrebbero rilevanti effetti economici nel Paese. Se invece decidesse di imporre un salario minimo maggiore di quello di equilibrio, si avrebbero diversi effetti, perché si genererebbe un eccesso di offerta di lavoro e, di conseguenza, disoccupazione involontaria.

Fonte: De Caleo, Brucchi, (2015), Manuale di Economia del Lavoro

Probabili effetti di un salario minimo legale in Italia

Ma tali conseguenze negative potrebbero avere effetti ancora più devastanti in Paese come l’Italia che presenta un grave divario economico tra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno, caratterizzate molto spesso da carenze di infrastrutture, emigrazione giovanile e infiltrazioni della criminalità organizzata.

Assumendo un’identica popolazione tra le regioni dell’Italia Settentrionale e quelle dell’Italia Meridionale, e che tutti i cittadini presentino uno stesso salario di riserva, ovvero il salario che rende i lavoratori indifferenti tra lavorare ed essere disoccupati, e dunque una medesima curva di offerta di lavoro, vediamo che effetti potrebbe avere l’introduzione di un salario minimo nel nostro Paese.

Considerando le imprese settentrionali più produttive di quelle meridionali, secondo quanto emerge dal report dell’Istat del 2019 dedicato ai risultati economici delle imprese a livello territoriale dell’anno preso in esame, queste presenteranno dunque una più elevata domanda di lavoro, dovuta alla produzione di merci ad elevato valore aggiunto. Pertanto, è probabile che il salario minimo introdotto dal Governo sia minore del salario di equilibrio delle aziende del Nord Italia e, di conseguenza, non si avrebbero effetti negativi in ambito socioeconomico. Il salario nazionale sarebbe infatti troppo basso e se le imprese pagassero tale salario, si genererebbe un eccesso di domanda tale per cui non si troverebbero persone da assumere.

Nelle regioni del Mezzogiorno, al contrario, l’introduzione di un salario minimo avrebbe il serio rischio di creare disoccupazione involontaria perché tale soglia potrebbe essere troppo alta in riferimento al valore delle imprese meridionali. Applicando la soglia minima del salario si genererebbe, infatti, un eccesso di offerta di lavoro, ovvero di disoccupazione, perché tale soglia sarebbe troppo disallineata rispetto alla produttività delle imprese locali. Per sviare tali problematiche, i datori di lavoro potrebbero quindi ricorrere al cosiddetto “lavoro nero” o a contratti informali, vanificando quindi gli obiettivi primari del salario minimo nazionale, che si prefigge in primis di evitare lo sfruttamento dei lavoratori.[1]

Un’interpretazione sociologica: Robert Putnam

Il sociologo e politologo americano e Professore di Politica Pubblica presso l’Università di Harvard, Robert D. Putnam, ha cercato di trovare una spiegazione in merito alledisuguaglianze salariali tra Nord e Sud Italia che tanto rendono difficile l’adozione di un salario minimo nel nostro Paese. Putnam ritiene che lo sviluppo economico di un territorio sia frutto delle Istituzioni Formali, ovvero di regole scritte, leggi, burocrazia e certezza del Diritto: prosperano i Paesi in cui tali Istituzioni sono efficienti, come quelli anglosassoni, ad esempio. Lo sviluppo economico però, dipende anche da Istituzioni Informali, cioè regole la cui forza e il cui rispetto non dipendono dalle autorità superiori, ma dalla sanzione sociale. Nel mondo del business, infatti, è fondamentale potersi fidare dei propri partner in affari, in quanto i contratti non esauriscono tutti gli aspetti di un rapporto di lavoro. Fidarsi vuol dire aspettarsi che il nostro partner non ci raggiri perché, se ciò dovesse accadere, non sempre la Legge potrebbe intervenire. Ingannare, in alcuni contesti socioculturali, fa perdere la reputazione a chi compie tale gesto, mentre in altri non è soggetto a una forte condanna da parte dell’opinione pubblica. Putnam afferma dunque, nella sua indagine socio-politologica racchiusa nel volume “Making Democracy Work” e diffuso in Italia con il titolo “La tradizione civica nelle regioni italiane”, che lo sviluppo economico è maggiore in contesti in cui vi è maggiore fiducia tra gli operatori del settore.

Per comprendere, quindi, pienamente lo sviluppo economico di un territorio, bisogna comparare Paesi con stesse Istituzioni Formali e diverse Istituzioni Informali per capire quale tra queste due causi un maggiore sviluppo socioeconomico. Putnam individua nell’Italia Settentrionale e nell’Italia Meridionale il luogo ideale per analizzare tale teoria in quanto presentano lo stesso apparato amministrativo e giudiziario ma Istituzioni Informali molto diverse tra loro.

Putnam nota come, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel Nord Italia si è assistito alla nascita delle cooperative agricole, che hanno contribuito al forte sviluppo economico di quelle regioni in qui è molto forte la sanzione sociale. Si tratta, infatti, di un’area geografica in cui storicamente l’istituzione fondamentale è quella del Comune, nucleo primordiale di democrazia, in cui i cittadini si ritrovano per collaborare e confrontarsi. Nel Mezzogiorno, invece, c’è meno fiducia tra i vari individui perché è forte il timore di essere ingannati dal proprio partner in affari: tale cultura, che nasce dal fatto che il Sud Italia è stato da sempre una monarchia e per tale motivo i cittadini sono stati considerati dei sudditi, per il sociologo americano, è un importante freno alla cooperazione e all’iniziativa economica. Putnam stesso scrive: “Alcuni commentatori italiani hanno erroneamente ricavato che la mia argomentazione attribuisse il ritardo del Sud all’immoralità personale […]. Questa interpretazione è completamente sbagliata. Il Sud è in ritardo non perché i suoi cittadini siano stati malvagi, ma perché essi sono intrappolati in una struttura sociale e in una cultura politica che rende difficile la cooperazione e la solidarietà […]. Un’efficace riforma politica del Sud deve avere di mira, innanzitutto, la trasformazione della società, la sostituzione dei legami verticali di sfruttamento e dipendenza con quelli orizzontali di reciproco aiuto, collaborazione e fiducia”.

Secondo Putnam, quindi, le disuguaglianze salariali tra Nord e Sud Italia sono, in parte, da ricondurre a queste differenze tra Istituzioni Formali e Istituzioni Informali. Solo investendo sul capitale sociale, ovvero su un tessuto di regole, di impegno civile e di norme che regolano la convivenza e che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale, potremo garantirci uno sviluppo reale e duraturo in modo tale che l’adozione di un salario minimo nel nostro Paese possa effettivamente aumentare il benessere e la qualità della vita di tutti i lavoratori, riducendo così la povertà e le disuguaglianze sociali.

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Attualità

Primo calo delle vendite del Black Friday: bassi consumi o nuove tendenze?

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primo calo delle vendite del Black Friday

Da quando anche il nostro Paese ha adottato la consuetudine di dedicare il venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento a sconti e promozioni, si è assistito al primo calo delle vendite durante il Black Friday. Gli analisti si domandano se si tratti di nuove abitudini d’acquisto, di una ridotta attrattività dell’offerta di novembre, o se più semplicemente quest’anno le persone hanno preferito moderare i consumi.

Sull’esempio della moda americana che si celebra il giorno successivo a quello del Ringraziamento, il Black Friday è diventato un evento inevitabile anche per i commercianti e consumatori italiani. Durante il “venerdì nero” vengono proposti sconti e offerte, sfruttando la capacità di spesa in vista delle festività natalizie. Quest’anno però, per la prima volta si è assistito ad un calo delle vendite durante il Black Friday.

I dati sulle vendite rilevano infatti, rivelano una nuova tendenza. Secondo l’Adobe Analytics ci sarebbe stato un calo delle vendite: 8,9 milioni di dollari di spesa contro i 9 milioni del 2020. Il senior analyst di Adobe digital insights, Vivek Pandyam, ha dichiarato che per la prima volta il Black Friday ha registrato un’inversione del trend di crescita degli anni passati.

La ragione di questo fenomeno sta nel fatto che le aziende avrebbero deciso di spalmare gli sconti su tutto il mese di novembre, rompendo la tradizione e orientandosi su quello che prende il nome di Black Month. Per esempio, il colosso Mediaworld ha pubblicato un volantino con offerte valide dal 18 al 29 di novembre, includendo anche l’ultima novità del Cyber Monday, una giornata dedicata esclusivamente agli sconti online.

Il settore tecnologico è uno di quelli che invece ha mantenuto il trend positivo ed ha visto un incremento delle vendite. Eccezione che si conferma anche nella giornata stessa del Black Friday, con un 6 % in più rispetto allo scorso anno.  

Tuttavia come si deve interpretare questo cambio di strategia aziendale? Indica l’esigenza di un basso consumo e la necessità di incremento o semplicemente l’economia comportamentale sta facendo bene il suo gioco sfruttando le convinzioni di risparmio e la pubblicità?

La risposta non può essere chiara ora, probabilmente le vendite natalizie ci daranno ulteriori informazioni sulla situazione economica pro capite.  

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Alessandro Stroppa, un caso di successo da cui lasciarsi ispirare

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Alessandro Stroppa CNA

FABRIANO – Martedì 16 novembre il Referente CNA Area Montana Marco Silvi ha invitato presso la sede fabrianese dell’associazione il giovane imprenditore Alessandro Stroppa che nei giorni scorsi è balzato agli onori delle cronache per essersi classificato con la propria azienda “Aleascosmetics.com” al 37° posto tra i migliori 500 negozi online del territorio italiano nella classifica pubblicata dal Corriere della Sera nell’inserto “L’Economia”.

Oltre ai complimenti per il prestigioso risultato ottenuto, l’occasione è stata utile per generare un interessante confronto tra un’associazione datoriale come la CNA di Ancona che sta puntando molto sulla digitalizzazione delle imprese associate e un’azienda del territorio che ha saputo sfruttare al meglio i più evoluti strumenti di comunicazione per generare successo.

Alessandro Stroppa ha tenuto a rimarcare come le fondamenta della sua realtà aziendale si fondino sulla competenza e la multidisciplinarietà del proprio team composto da oltre 10 risorse  tra collaboratori e dipendenti e di come tali qualità siano risultate decisive anche nel saper trasformare i disagi operativi generati dalla pandemia da Covid 19 in opportunità di sviluppo basate sull’attenta analisi del nuovo contesto socio-economico e sulla flessibilità di azione.

«Per la CNA una bellissima occasione di formazione e di rinnovati stimoli – ha proseguito Marco SilvI – Alessandro ci insegna come il saper prima individuare e poi “amalgamare” le migliori competenze del nostro territorio, porti poi a generare casi di grande successo e ispirazione. Le idee che funzionano vanno conosciute e studiate perché il compito dell’associazione di categoria è anche quello di generare reti virtuose al servizio di ogni imprenditore».

Daniele Gattucci

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Attualità

L’Azienda Agricola Biagi di Colonnella: i vini abruzzesi che puntano a conquistare l’Oriente

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COLONNELLA – L’Azienda Agricola Biagi di Colonnella inizia la sua attività nel 2006 anche se la famiglia Biagi produce vino dal 1940. L’Azienda, che conta poco meno di dieci dipendenti, si trova nel territorio della Val Vibrata, sulle colline di Colonnella, dove c’è la sede operativa, a circa 200 metri sul livello del mare e, oltre al vino, produce anche frutta. Questa natura, con le sue vigne e i vini che regala, sono le fondamenta dell’Azienda Biagi. Per raggiungere l’obiettivo della qualità, l’Azienda ha puntato alla valorizzazione dei vitigni autoctoni come il Trebbiano, la Passerina, il Pecorino e la Malvasia oltre che al Montepulciano, ovviamente. Un marchio storico, dunque, che produce vini dal 1940 ma che è riuscito a rinnovarsi conservando l’autenticità del territorio abruzzese. Oggi la Biagi è una cantina in continuo fermento, più che mai proiettata verso un futuro importante e innovativo. L’attenzione è proiettata verso i nuovi mercati, in particolare l’Oriente e il Giappone, dove l’Azienda vorrebbe creare un deposito e iniziare a commercializzare il loro vino per i distributori locali. 

L’Azienda è presente all’estero con i propri prodotti dal 2010, in ben dodici Paesi e la percentuale di fatturato estero è del 20%. Il canale più efficace per acquistare clienti esteri, secondo l’Azienda Biagi, sono i B2B all’estero e la partecipazione ad eventi fieristici, anche se questi ultimi in maniera minore. Utili, ma molto meno rispetto a questi due aspetti, anche i B2B in Italia e i contatti tra privati. In azienda sono presenti più figure professionali dedicate al mercato estero, oltre che uffici e punti vendita fuori dall’Italia. La tendenza del fatturato dell’export nel 2017 è in crescita e le aspettative per il 2018 sono positive. 

I fattori che hanno favorito la diffusione dei prodotti all’estero sono la costante presenza sul territorio di interesse, in particolare attraverso la partecipazione a fiere di settori, workshop e B2B. Il fattore che, invece, attualmente rallenta la diffusione all’estero dei prodotti è la forte concorrenza a prezzi inferiori. L’Azienda Biagi partecipa anche ad iniziative promozionali organizzate da enti pubblici come il Centro Estero Abruzzo, con frequenza annuale, e la Camera di Commercio, ogni due o tre anni. Raramente prende parte ad iniziative della Regione Abruzzo, di Unioncamere, della CCIAA, di Spint Abruzzo e dell’Istituto per il Commercio Estero. Per quanto riguarda gli enti privati, l’Azienda partecipa ogni anno ad iniziative curate dalle Camere di Commercio Italiane all’estero e dai Consorzi, mentre raramente a quelle dei Poli d’Innovazione e di Abruzzo Sviluppo. Secondo Biagi, sono le missioni economiche B2B ad avere maggiore efficacia in termini di promozione dei vini all’estero, efficacia sufficiente anche quella delle fiere mentre non particolarmente utili vengono giudicati i cosiddetti “incoming buyers”, cioè visite di giornalisti o potenziali clienti in azienda. 

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