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Attualità

Tim: Opa del fondo americano KKR, scenari e retroscena

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Opa del fondo americano KKR per il 100% azioni Tim

Durante lo scorso weekend, il fondo KKR ha reso noto il suo interesse per l’acquisizione del nostro colosso delle tlc attraverso una Opa (Offerta pubblica di acquisto) sul 100% delle azioni Tim a 0.505 euro l’una. A tal seguito, lunedì 22 novembre il titolo TIM è stato protagonista in Borsa di un rialzo del 30%. Le trattative, in fase gestazionale, non sembrano essere né agevoli né di esito certo, infatti sarà cruciale il Cda straordinario del 26 novembre e la decisione del Mef legata agli investimenti sulle infrastrutture previsti del Pnrr e alla salvaguardia e alla crescita dell’occupazione.

A presentare un’Opa per Tim, il fondo KKR (Kohlberg-Kravis-Roberts), fondato a New York nel 1976, che gestisce più di 400 miliardi di dollari in investimenti a partire dal settore delle infrastrutture (sicuramente uno dei più strategici) e dell’energia, per poi arrivare al real estate e infine al credito, confermerà la sua offerta solo dopo il parere positivo del Governo, del Mef e a seguito di una due diligence della durata dichiarata di 4 settimane.  

Dell’ attuale azionariato del gruppo Tim gli unici ad essersi espressi, tra l’altro anche con parere fortemente negativo sono stati i francesi di Vivendi i quali, detenendo il 23,75% al momento la quota più rilevante, hanno fatto sapere che: «L’offerta di Kkr non riflette il reale valore di Tim, è insufficiente». Nei giorni scorsi, la dirigenza Vivendi ha rimarcato ripetutamente l’intenzione di collaborare con il governo italiano per il rilancio del gruppo, visto il peggioramento dei conti aziendali dopo due revisioni della guidance e il taglio del rating da parte di S&P. 

La situazione risulta talmente instabile da far rimanere silenti, almeno per il momento, gli altri due grandi azionisti di Tim: Cassa Depositi e Prestiti (9,81%) e il Canada Pension Plan Investment Board (3,1%). A conferma della forte incertezza c’è la chiusura della giornata di contrattazione borsistica di ieri martedì 23 novembre che ha visto il titolo Tim cedere il 4,72%.

L’Esecutivo italiano si è pronunciato attraverso una nota del Mef dichiarando in modo esplicito che «valuterà attentamente anche riguardo all’esercizio delle proprie prerogative», consistenti nel cosiddetto esercizio della golden power, lo “scudo con poteri speciali” utilizzato per imporre specifiche condizioni, porre veti o imporre determinate delibere societarie con l’obiettivo di salvaguardare gli asset ritenuti strategici per il futuro della nazione.

I piani del fondo dopo l’eventuale acquisizione non sono stati resi noti, ma visto il complicato scenario di fondo, sulla scena si sta affacciando un’ipotesi plausibile: il “modello Terna”. Con tale dicitura si fa riferimento alla ormai nota privatizzazione di Enel e alla sua conseguente separazione da Terna, che portò alla divisione tra la società che si sarebbe occupata dei servizi e quella che avrebbe gestito le reti, invece fino ad oggi Tim si è occupata sia della gestione delle reti, sia dei servizi per le telecomunicazioni a protezione dell’interesse italiano.

Anche i sindacati guardano a questa possibilità, tanto che il segretario della Cgil Maurizio Landini, in una intervista a “La Repubblica” ha dichiarato: “in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni lo Stato italiano non può subire semplicemente la logica del mercato”. Il rischio di un frazionamento senza logica a favore di un fondo di investimento privato a scopo speculativo, a suo avviso, «va scongiurato. Serve una visione d’insieme», poiché oltre agli investimenti del Pnrr si andrebbero a proteggere soprattutto tutti i nostri dati, risorse inestimabili e incedibili che segneranno inevitabilmente i destini di intere generazioni future. E siamo solo alle anticipazioni di una lunga serie di puntate con molti colpi di scena.

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Attualità

Dl Aiuti-bis: al vaglio rivalutazione delle pensioni e taglio del cuneo fiscale ai lavoratori

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dl aiuti bis

Oggi il Dl Aiuti-bis approda in Consiglio dei Ministri e dovrebbe essere inserito nella Gazzetta Ufficiale entro la fine della settimana. Ieri, la bozza circolata ha fatto imbestialire i sindacati che parlano di «elemosina».

Taglio dell’1% delle tasse sul lavoro, per i lavoratori con reddito inferiore ai 35 mila euro annui. Rivalutazione delle pensioni del 2%. Proroga a sconti su accise e bollette. Raddoppio del bonus trasporti e del bonus psicologo. Questi i punti salienti del Dl Aiuti-bis che oggi pomeriggio arriva in CdM. Non è ancora definitivo, ma quasi e ci si aspetta che entro la fine della settimana venga inserito in Gazzetta Ufficiale. Anche perché i partiti si sono impegnati non presentare emendamenti ai 41 articoli proposti.

Ieri la bozza ha circolato, facendo arrabbiare i sindacati che parlano di «elemosina». Il taglio del cuneo fiscale per i lavoratori è considerato insufficiente, dal momento che in base alle stime, si traduce in un aumento mensile di 10 euro lordi per ogni mille euro guadagnati. In media, 1un aumento di 100 euro lordi, ogni sei mesi. Per quanto riguarda la rivalutazione del 2% delle pensioni invece, significa 10 euro lordi ogni 500 euro erogati. Quindi il totale annuo sarebbe inferiore ai 200 euro una tantum del Dl Aiuti.

Per questo bonus si amplia la platea, che prenderà in considerazione braccianti dell’agricoltura, precari della scuola, stagionali dello spettacolo e lavoratori con contratti di somministrazione. Previsto anche un bonus da 100 euro per le partite Iva.

Niente taglio all’iva sui generi alimentari di prima necessità, ma proroga del taglio di 30 centesimi sulle accise dei carburanti, che comunque da inizio anno hanno subito un aumento superiore al 13%.

Cresce anche la platea per gli aiuti alle famiglie per il caro-energia, per cui sono stati stanziati 5 miliardi rispetto agli originari 3,5. Compresi tra i “vulnerabili” ora anche persone in difficoltà economica, disabili, utenze delle isole minori non interconnesse e over 75. Per loro, dal 1 gennaio costo del gas pari a quello di approvvigionamento all’ingrosso. Fino al 31 ottobre i fornitori non potranno modificare i prezzi, per nessuna utenza.

100 milioni aggiuntivi per il bonus trasporti e 200 milioni per le imprese agricole in difficoltà a causa della siccità. Anche il bonus psicologo dovrebbe essere corroborato.

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Sogno americano per la Pernigotti? Accordo preliminare per l’acquisto con Jp Morgan, ma la confusione rimane

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proposta acquisto Pernigotti Jp Morgan

Un nuovo colpo di scena per la Pernigotti, la storica azienda dolciaria attualmente controllata dal gruppo turco Toksoz, ma ferma da mesi: la Lynstone, società del colosso americano Jp Morgan, ha formulato una proposta d’acquisito, con tanto di contratto preliminare già firmato.

Il famoso gianduiotto con la confezione dorata, potrebbe tingersi a stelle e strisce. La Lynstone, società di proprietà del colosso amaricano Jp Morgan, ha manifestato interesse per l’acquisto di Pernigotti, la celebra azienda dolciaria, attualmente di proprietà di Pasenting Holding, controllata dal gruppo turco Toksoz. Sul tavolo, perfino un accordo preliminare.

All’apparenza una buona notizia per tutti i dipendenti degli stabilimenti con sede a Novi Ligure, che sognano una ripresa delle attività entro il periodo natalizio e il rilancio dell’azienda. Eppure, le ombre e la confusione che in questi mesi hanno avvolto Pernigotti, non vengono dissipate. Il problema rimane sempre lo stesso: l’incertezza dell’attuale proprietà.

Ciò che temono lavoratori e sindacati è che, dopo varie vicissitudini e dopo aver aperto la porta a potenziali partner e investitori, il gruppo che attualmente controlla il marchio Pernigotti possa cambiare idea e decidere di non cedere le quote. In base all’accordo preliminare consegnato a maggio al Mise, questa cessione dovrebbe compiersi entro i primi di agosto e il passaggio di proprietà dovrebbe completarsi tutto a settembre. Eppure, al momento regna ancora tanta incertezza, al punto che i il tavolo di lavoro convocato per il rinnovo della cassa integrazione ai dipendenti è slittato al 2 agosto.

In seguito all’ultimo passaggio di mano del marchio Pernigotti, nel 2018, l’attuale gruppo ha manifestato la volontà di trasferire tutta la produzione in Turchia. Poi, dopo una serie di passaggi e la cessione di alcuni rami aziendali, la proprietà ha presentato un piano di ristrutturazione aziendale, che però non è mai stato realizzato.

Nella primavera scorsa, la manifestazione di interesse di Jp Morgan al marchio Pernigotti, che in Italia, e nel settore, ha già investito per l’acquisizione di Walcor. Adesso si attende una risposta dalla holding che controlla la celebre “fabbrica di cioccolato”. Se accetterà di cedere le quote, o se invece sceglierà di tenerle, al momento non è dato saperlo.

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High-tech in crisi? Google, Amazon e Meta fermano le assunzioni, Microsoft e Tesla tagliano il personale

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acebbook annuncia lo stop al targeting dettagliato su argomenti sensibili

L’inflazione e le incertezze economico-finanziarie dovute al conflitto in Ucraina e le sue conseguenze, provocano contraccolpi perfino al reparto high-tech, che affronta la prima crisi dopo dieci anni di crescita inarrestabile.

L’ultima ad annunciare il blocco alle assunzioni, è stata Google. Con una lettera indirizzata ai propri dipendenti, l’ad Sundar Pinchai ha spiegato che anche a Mountain View si fermano i nuovi arrivi e che i lavoratori dovranno lavorare di più. Apple e Amazon invece, continueranno ad assumere nuove risorse, ma meno di quanto inizialmente previsto. Stop all’arrivo di nuovi ingegneri e tecnici informatici a Meta, l’azienda che racchiude Facebook, WhatsApp e Instagram (tra le altre). Tesla e Microsoft hanno annunciato invece soluzioni più drastiche, con significative riduzioni di personale. Insomma, la crisi è arrivata anche per il settore high-tech. Dopo 10 anni di crescita inarrestabile.

Il bollettino del Nasdaq parla chiaro: da inizio anno, la sezione della Borsa di New York che riunisce le aziende del settore, ha perso il 27%. E gli intoppi di natura finanziaria hanno sempre ricadute sull’economia reale: stop alle assunzioni se va bene, licenziamenti se va male. Persino nei colossi del web.

Dove non è arrivata la pandemia quindi, è arrivata la guerra. Il periodo più duro della crisi sanitaria dovuta alla diffusione del Covid anzi, aveva addirittura accelerato una crescita costante durata più di un decennio. Ma l’invasione dell’Ucraina, e le conseguenze economiche a livello internazionale, hanno decretato lo stop.

Ma se per la Gafam, l’acronimo che indica le società più ricche al mondo (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) non solo nei propri settori, la situazione è ammortizzabile, per la miriade di aziende e start-up del comparto high-tech le cose sono più dure. Dalle aziende attive nel delivery, a quelle che hanno puntato sulle criptovalute, passando per streaming e acquisti on-line, tutte annunciano tagli al personale e riduzione degli investimenti.

Che si tratta di una flessione momentanea destinata a risalire, o se invece ci troviamo di fronte ad un punto di svolta e l’inizio della crisi del comparto high-tech è presto per dirlo. Ma di sicuro, gli effetti concreti di questa flessione si stanno già facendo sentire sulle spalle di migliaia di lavoratori.

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